La storia siciliana tra il tardo Medioevo e il Novecento è fatta di governi diversi, ma anche di problemi che riemergono con forme nuove. All’inizio del Quattrocento venne meno la presenza stabile dei sovrani sull’isola: la Sicilia fu amministrata attraverso viceré legati alla monarchia spagnola. Il cambiamento aveva effetti pratici. Le decisioni più importanti potevano maturare lontano, mentre nel territorio acquistavano peso funzionari e grandi famiglie locali. Una struttura politica non si misura soltanto dal nome della dinastia: conta il modo in cui raccoglie risorse, mantiene l’ordine, favorisce o ostacola i commerci e risponde alle necessità di chi abita città e campagne.
Pirati, Inquisizione e rivolte
Pirateria sulle coste e banditismo nelle zone interne segnarono diverse fasi della vita dell’isola. Per molti contadini l’insicurezza poteva rendere difficile continuare a vivere nelle campagne, mentre le città diventavano luoghi di rifugio e concentrazione della popolazione. A questo si aggiungevano carestie e squilibri nell’uso delle terre. La Sicilia che in altre epoche era stata celebrata come grande produttrice di grano non garantiva automaticamente benessere ai propri abitanti. Il valore delle colture e dei traffici dipendeva da chi possedeva la terra, da chi controllava le rendite e da quali risorse restavano nelle comunità locali. Il potere dei baroni e il ruolo di banchieri genovesi e spagnoli nei commerci influirono sulle opportunità economiche delle comunità locali.
La dominazione spagnola ebbe anche una dimensione religiosa e culturale. L’Inquisizione e l’intolleranza verso minoranze non cristiane segnarono un contrasto con la lunga storia di incontri che aveva caratterizzato l’isola. Il problema non è soltanto la repressione di singole pratiche: quando un’autorità stabilisce quali idee possono circolare e quali persone possono partecipare pienamente alla vita pubblica, cambia le opportunità di un’intera società. Questa chiusura ridusse gli scambi culturali proprio mentre il Rinascimento trasformava altri centri europei. Il quadro richiede prudenza, perché la cultura siciliana non cessò di produrre opere; segnala però il peso delle restrizioni politiche e religiose.
Le insurrezioni mostrano che la popolazione non accettò passivamente la situazione politica e sociale. Si citano moti nei primi decenni del Cinquecento e rivolte a Palermo e a Messina nel Seicento. Le condizioni delle due città e i motivi dei partecipanti non erano necessariamente identici, ma gli episodi rivelano tensioni ricorrenti fra autorità centrali, ceti dirigenti e abitanti. La divisione dell’aristocrazia rendeva difficile costruire un’opposizione stabile e coordinata. Una rivolta può manifestare con forza il malcontento e tuttavia non riuscire a cambiare il sistema che lo produce. È uno dei fili che collega molte fasi della vicenda siciliana moderna.
Terremoti e nuovi sovrani
Alla crisi politica si aggiunsero eventi naturali e mutamenti delle rotte commerciali. Il terremoto del 1693 colpì il sud dell’isola e lasciò conseguenze profonde nelle città e nei loro monumenti. Le ricostruzioni successive avrebbero inciso sull’aspetto delle città, aprendo lo spazio al linguaggio architettonico barocco che oggi caratterizza molti centri. Nel frattempo, la crescita delle rotte oceaniche aveva ridotto il ruolo che il Mediterraneo centrale occupava in alcuni traffici. Questo non significa che la Sicilia fosse tagliata fuori da ogni scambio, ma che la sua posizione geografica non garantiva più, da sola, la stessa centralità economica di altri periodi. Storia urbana ed economia internazionale si incontrano qui in modo particolarmente chiaro.
Nel Settecento i trattati europei spostarono la Sicilia fra sovrani diversi: dopo i Savoia vennero gli Asburgo, poi nel 1735 i Borbone. L’isola continuava a interessare le potenze per i suoi porti e per la posizione fra due bacini del Mediterraneo. Cambiare corona, però, non equivaleva a cambiare subito la distribuzione della terra o il peso dei tributi. Molti rapporti fra grandi proprietari, contadini e autorità locali sopravvissero ai passaggi dinastici. La distinzione aiuta a leggere il secolo: sulla carta mutavano i confini e le alleanze; nelle campagne le persone misuravano il governo soprattutto attraverso affitti, raccolti, imposte e possibilità di difendersi dall’insicurezza.
Risorgimento e Garibaldi
Nell’Ottocento le idee risorgimentali e le richieste di autogoverno portarono nuove mobilitazioni. L’insurrezione del 1848 produsse un governo siciliano autonomo, poi sconfitto dall’esercito borbonico. È un episodio importante perché mostra come l’aspirazione a decidere il proprio futuro politico precedesse l’unificazione italiana. Autonomia e unità nazionale non furono sempre vissute come idee coincidenti: persone diverse le interpretavano secondo bisogni e obiettivi differenti. Fra le figure siciliane del Risorgimento vi furono Giuseppe La Farina e Francesco Crispi. Attraverso i loro percorsi si coglie il ruolo attivo degli isolani nel dibattito politico della penisola.
Nel 1860 lo sbarco dei Mille a Marsala, guidati da Giuseppe Garibaldi, aprì la strada alla fine del regno borbonico. Seguirono la battaglia di Calatafimi, la conquista di Palermo e il plebiscito dell’ottobre dello stesso anno; nel 1861 la Sicilia entrò nel nuovo Regno d’Italia. Il passaggio cambiò la cornice statale, ma non risolse subito le disuguaglianze. Il persistere del malcontento contribuì anche alla rivolta dei Fasci siciliani nel 1894, ispirata da istanze socialiste. Ancora una volta la storia politica va letta accanto alle condizioni economiche: una nuova cittadinanza nazionale poteva convivere con povertà, rapporti agrari difficili e richieste di rappresentanza rimaste senza risposta.
Il Novecento e l’autonomia
Il Novecento aggiunse guerre, fascismo ed emigrazione a un quadro già complesso. Lo sbarco degli Alleati nel luglio 1943 e lo statuto speciale del 1946 furono due tappe decisive della fase contemporanea. L’autonomia regionale nacque dunque dopo un lungo percorso, non come soluzione improvvisa di un solo conflitto. Nel dopoguerra si cercò di sostenere lo sviluppo anche attraverso grandi industrie e finanziamenti pubblici, mentre l’agricoltura continuava ad avere un peso notevole. Guardare insieme viceré, Borboni, Risorgimento e autonomia può sembrare un salto enorme; il filo comune è la domanda su chi prende le decisioni per l’isola e su come quelle decisioni incidano sulla vita delle comunità siciliane.
Foto: l0da_ralta · CC BY 2.0 · Wikimedia Commons










































